“Io sono solo un esecutore”
Abbiamo incontrato KENG~, il produttore che ha scelto di non vivere di musica per poterla fare senza compromessi.
Ci sono artisti che passano una vita cercando di trasformare la propria passione in un mestiere, e poi ci sono quelli che fanno l’esatto contrario….
Quando incontro Maurizio Caggiano, in arte KENG~, penso di avere già in testa l’intervista. Oltre trent’anni di produzione musicale, sette album pubblicati, fondatore di السجلات الأساسية, live performer, sound designer, percussionista, docente, sviluppatore, fotografo, decoratore, creativo. La classica storia dell’artista indipendente che ha attraversato tre decenni di musica elettronica.
Ordiniamo un caffè, accendo il registratore, la prima domanda è quasi automatica:
“Parliamo del tuo essere musicista.”
Maurizio, sorride, scuote la testa, mi interrompe ancora prima che finisca la frase:
“Alt…”
Beve un sorso di caffè:
“Io non sono un musicista.”
Rimango in silenzio:
“Sono un umile servitore del cosmo. Un medium.”
Capisco immediatamente che quella che avevo preparato non sarebbe stata l’intervista giusta, perché KENG~ non ragiona in termini di carriera, mercato o generi musicali, ragiona in termini di energia, ascolto e libertà.
“La musica non mi appartiene.”
Cosa significa essere un medium?
«Significa smettere di pensare che la musica appartenga a chi la produce. Credo che noi siamo semplicemente dei traduttori. Quando tutto funziona davvero, non sei più tu a decidere. Ascolti la musica, il pubblico, lo spazio. Ascolti il momento. La musica esiste già. Tu provi soltanto a darle una forma, come un demiurgo.»
Non c’è alcuna posa mistica nel modo in cui lo racconta, anzi. Parla con la naturalezza di chi quella convinzione l’ha costruita in decenni di studio, concerti e sperimentazioni.
Un bambino, un Bontempi e una curiosità infinita
La storia inizia come tante altre. Un organo giocattolo Bontempi, quattro anni, le prime lezioni, solo che, invece di limitarsi agli esercizi, il piccolo Maurizio preferisce premere pulsanti, spostare registri, cambiare suoni:
«Il maestro mi assegnava gli esercizi. Io li facevo. Poi però continuavo. Mi incuriosivano i tasti, le barre, i pulsanti. Volevo capire perché cambiava il suono. Credo che il sound design sia iniziato lì.»
Da allora non ha mai smesso. Pianoforte, percussioni, didgeridoo, sintetizzatori, qualsiasi strumento ritmico gli capiti tra le mani, ma soprattutto, la curiosità di capire cosa succede dietro ogni suono.
«A un certo punto non mi bastava più suonare gli strumenti. Volevo costruirli.»
Costruire invece che scegliere
Molti produttori iniziano un brano sfogliando migliaia di preset, lui fa il contrario.
«Se posso, i preset li evito. Mi piace programmare i sintetizzatori da zero. Oppure registrare il mondo.»
Quando dice “registrare il mondo”, intende letteralmente uscire con il suo microfono Rode e campionare qualsiasi cosa catturi la sua attenzione: una cancellata, Il rumore di una fabbrica, una porta, il vento tra gli alberi, un sasso, un treno, poi tutto torna in studio, viene scomposto, granulato, filtrato, risintetizzato.
«Per me la musica concreta non è un genere. È un modo di osservare quello che ci circonda.»
Le sue sintesi preferite?
«La FM, perché crea armonie incredibilmente ricche. La sintesi granulare, perché permette di manipolare il tempo in modo quasi fisico. E la sintesi sottrattiva, che rimane una delle forme più eleganti di progettazione sonora.»
Pure Data, Max/MSP, SuperCollider, Reason: Più che software, sembrano diventare strumenti musicali.
“La tecnica serve a dimenticare la tecnica.”
A questo punto gli faccio notare una contraddizione apparente:
È un tecnico, programma, sviluppa, insegna informatica, fa sound design, eppure parla continuamente di istinto.
Sorride….
«Perché la tecnica serve per arrivare al punto in cui puoi smettere di pensarci. Vale per uno strumento, per la programmazione, per il missaggio, vale anche per insegnare. Quando interiorizzi una tecnica, finalmente puoi ascoltare.»
BASIC Records non è nata per vendere dischi
Nel 2015 fonda BASIC Records, l’acronimo significa مجتمع بازيليكاتا للابتكار الصوتي.
«Molti leggono solo la parola Records. Per me quella importante è Community. Non volevo costruire un’etichetta. Volevo creare uno spazio dove fosse possibile sperimentare senza chiedere il permesso a nessuno.»
Oggi BASIC è etichetta, studio di mastering, produzione multimediale e laboratorio creativo. Una naturale estensione della sua idea di indipendenza.
“Non ho mai voluto vivere di musica.”
È probabilmente la frase più sorprendente dell’intera conversazione.
«Tutti pensano che sia una rinuncia. Per me è stata una conquista. Io faccio il docente. E lo faccio perché lo amo. Non perché aspettavo che arrivasse qualcos’altro. Credo sinceramente di essere uno dei docenti più felici del mondo.»
Dal 2023 è docente di ruolo presso una scuola di Piacenza, dove insegna Laboratorio di Scienze e Tecnologie Informatiche, Graphic Design, Informatica e Tecniche Professionali dei Servizi Commerciali.
«Il fatto che la musica non debba pagarmi le bollette mi ha regalato una libertà enorme. Posso pubblicare quello che voglio, cambiare completamente linguaggio, sperimentare. Non devo rincorrere algoritmi o playlist. La mia responsabilità è essere sincero.»
Sette album. Migliaia di brani che nessuno ascolterà mai.
«Ho pubblicato sette album. Ma la parte più grande del mio lavoro non è mai uscita.»
Mi guarda sorridendo.
«Credo di avere migliaia di tracce che non pubblicherò mai.»
Perché?
«Perché molte esistono solo durante il live: le prendo, le smonto, le ricostruisco, le sovrappongo ad altre mie produzioni o a musica di altri artisti, aggiungo sintetizzatori, percussioni, campionamenti, ogni performance diventa un organismo diverso. È proprio questa la parte che mi diverte.»
“Non chiedermi cosa faccio.”
Ogni volta che qualcuno organizza un suo concerto arriva sempre la stessa domanda.
“Cosa scriviamo sul flyer?”
«Rispondo sempre allo stesso modo. Scrivete: KENG~ Hybrid Set.»
Perché?
«Perché non so nemmeno io cosa faccio, e lo dico senza falsa modestia. I miei due deck praticamente non suonano mai una traccia ciascuno, suonano insieme, sempre. Poi entrano sintetizzatori analogici, percussioni, campionamenti dal mio campionatore Roland, loop, texture, effetti. A un certo punto faccio fatica anch’io a riconoscere le mie produzioni.»
Dal pubblico arrivano richieste di definizioni.
DJ? Live? Producer set?
Lui continua a non scegliere.
«Le definizioni servono ai cataloghi. Non alla musica.»
Il vero Selectah è il pubblico
C’è una parola che torna spesso nella conversazione.
“Ascolto.”
«Nella cultura giamaicana il Selectah è chi sceglie i dischi. Io credo che il vero Selectah sia il pubblico, io ascolto il dancefloor, percepisco le persone, sono loro che, inconsapevolmente, decidono la direzione del viaggio.»
Per questo può partire da un paesaggio ambient, attraversare elettroacustica e musica concreta, finire nella techno, nella forest psytrance, nell’hi-tech, nella jungle, nel footwork, nel dubstep o nell’IDM senza che il passaggio sembri mai forzato.
Non segue una scaletta, segue una conversazione.
La lezione più importante non è arrivata dalla musica
Verso la fine dell’intervista il tono cambia, non perché glielo chieda, perché, inevitabilmente, la conversazione arriva lì.
Tre anni fa gli viene diagnosticato un linfoma, in tre mesi raggiunge dimensioni importanti, seguono dodici cicli di chemioterapia.
«I medici continuavano a chiedermi come facessi. Mi dicevano: “Gli altri, dopo la chemio, sono distrutti. Tu organizzi eventi, suoni, costruisci installazioni, continui a creare.”
Io rispondevo sempre la stessa cosa: Se smettessi di fare tutto questo, non ci sarebbe terapia capace di salvarmi.»
Si ferma, per la prima volta durante tutta la conversazione.
«La medicina mi ha curato. Non ho mai avuto dubbi su questo. Ma l’amore di mio figlio e la musica mi hanno dato la forza di affrontare quella battaglia. Quando diventi padre cambia tutto. Non vivi più soltanto per te. Ogni scelta ha un significato diverso. Sono un papà felicissimo. E credo che sia stata proprio quella felicità a ricordarmi ogni giorno perché valeva la pena continuare.»
Oggi quel periodo è alle spalle, non lo racconta come una vittoria personale, lo racconta come un’altra esperienza che ha rafforzato ciò in cui ha sempre creduto:
che la musica non è una professione, non è un’identità, non è nemmeno un obiettivo. La musica è un luogo. Un luogo dove continuare a vivere, anche quando la vita sembra chiederti tutto.
Usciamo dal bar, prima di salutarci gli chiedo se, dopo oltre trent’anni, sente ancora il bisogno di dimostrare qualcosa.
Ride.
«No. Ho solo voglia di continuare a sorprendermi. Se succede quello, probabilmente si sorprenderà anche il pubblico.»
Mentre si allontana penso alla frase con cui aveva corretto la mia prima domanda.
“Io non sono un musicista.”
Dopo due ore di conversazione continuo a non sapere se abbia ragione, una cosa, però, mi è chiara, qualunque cosa faccia, la fa con una libertà che oggi, nel mondo della musica, è diventata rarissima.

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